
È nota la filosofia di vita di William Shakespeare.Egli affermava rendendo felici chi si concedeva il privilegio di ascoltarlo,che «tutti noi siamo composti dalla stessa sostanza dei sogni».Alla luce di ciò che sta succedendo, all’inizio del terzo millennio, sembra proprio assodato, con una sequenza di molteplici esperienze sul quotidiano,che nell’ambito delle comode poltrone delle democrazie dell’Occidente l’esperienza della passione e dei sogni sia stata talmente depauperata che l’emarginazione consequenziale l’ha sottratta al mondo reale nascondendola ai potenziali fruitori:le giovani generazioni.Questa perdita è certamente la causa scatenante delle incapacità strutturali di molte persone, soprattutto giovani o ex giovani,private di uno «spazio legittimato» entro il quale praticare la propria vocazione; magari la eterna vocazione umana a «camminare sulle acque».Oggigiorno se all’interno di una democrazia risulta «ragionevole» solo l’adorazione del Pil, dello sviluppo armonico dei mercati, della pratica degli edonismi televisivi, della ritualità degli atteggiamenti collettivi guidati telepaticamente al consenso o al dissenso, tutti assieme dovremo assumerci la responsabilità di un futuro dove sogni, emozioni e passioni sono stati sostituiti con oggetti virtuali prefabbricati ad usum. Con questo surrogato di educazione sentimentale e civile, difficilmente si potrà resistere alla egemonia etica di un integralismo internazionale, di varia trasversalità, capace di generare «eroismi estremi». Naturalmente lungi da noi ogni condivisione estremizzante! Auspichiamo invece la resurrezione di uno spazio nel quale sia legittimata ogni vocazione trascendentale dell’uomo. Bello sarebbe se i «padroni del pianeta» la smettessero di proporci «esclusivi recinti» nei quali la capacità di vendere e comprare è unica misura atta a decidere il valore dell’uomo. Potremmo,allora, coltivare una concreta speranza che la forma-democrazia riacquisti l’antica valenza, smarrita in un «deserto dei tartari» e, speriamo, non definitivamente, perduta. Nietzsche profetizzò, dopo la «morte di Dio», la vittoria dell’«ultimo uomo»: quel bipede privo di tensione verso l’assoluto, capace solo di guadagnare, per squallida ragione, risultati altrettanto meschini. Forse i valori delle nostre attuali democrazie non sono distanti da questa profezia, e se un miracolo non donerà loro nuove ali per volare, sarà molto difficile distogliere i nostri figli dalle ragioni di un malessere che abbiamo costruito giorno dopo giorno quasi per gioco incosciente.
(luigi cerritelli)

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